
Un episodio del podcast di Tready: Giulia e Marco spiegano, in pochi minuti e senza tecnicismi, cos’è influencer marketing e come usarlo in una PMI.
In questa puntata di Caravaggio Marketing affrontiamo influencer marketing: che cos’è, perché conta per un’azienda e come si applica nella pratica. Un dialogo a due voci, concreto e diretto, pensato per chi vuole capire davvero senza perdersi nel gergo. Qui sotto trovi anche la trascrizione completa.
Benvenuti a Caravaggio Marketing, il podcast di Tready. Sono Giulia, e oggi parliamo di influencer marketing. Con me c’è Marco, di Tready. Marco, cominciamo dal principio: che cos’è davvero l’influencer marketing?
È fiducia portata su scala. Un creator costruisce nel tempo un rapporto con la sua community, e l’influencer marketing sfrutta quella fiducia per far scoprire un prodotto in modo autentico. Non è pubblicità tradizionale: è una raccomandazione da una persona che il pubblico segue per scelta, non perché interrotto da uno spot. Su Instagram, TikTok e YouTube, il post di un creator giusto può vendere più di settimane di advertising classico.
E voi come lo gestite?
Come un canale di performance, non come una spesa di immagine. Quindi selezione basata sui dati, briefing preciso e misurazione del risultato. La differenza è tutta qui: scegliere il creator con i numeri, non con l’intuito. Tanti scelgono guardando solo il numero di follower; noi guardiamo la qualità dell’audience, quanto è reale e quanto è coerente col tuo pubblico.
Mi fai un esempio concreto?
Un e-commerce che lancia un prodotto nuovo e vuole creare attesa prima ancora di accendere le campagne a pagamento. Selezioniamo alcuni creator coerenti col pubblico, diamo a ciascuno un brief creativo, e usiamo codici sconto personalizzati per ognuno, oppure link di affiliazione tracciati. Così, a fine campagna, sappiamo esattamente quante vendite ha portato ciascun creator, e su quali conviene tornare a investire. Non vanity metric: vendite tracciate.
Come si svolge una campagna, passo per passo?
Quattro fasi. Brief e obiettivi: cosa promuoviamo, qual è il messaggio chiave, chi è il pubblico e quali KPI, che sia awareness, conversioni o un lancio. Poi scouting e selezione, dove analizziamo la qualità dell’audience, l’engagement rate e la coerenza col brand. Terzo, briefing e produzione: diamo il brief creativo, gestiamo i contratti, ci occupiamo anche del briefing legale, perché la dichiarazione di sponsorizzazione è obbligatoria, seguiamo la lavorazione e approviamo i contenuti prima della pubblicazione. Quarto, misurazione post campagna con i link tracciati e un report con il ROI stimato.
Una domanda che si fanno in tanti: meglio micro o macro influencer?
Quasi sempre i micro. Parliamo di creator tra i dieci e i cento mila follower. Hanno un engagement rate molto più alto, come fascia di riferimento tra il tre e l’otto per cento, contro l’uno, due per cento dei grandi nomi. E costano molto meno. Per un brand con budget contenuto o in una nicchia, il micro-influencer ha spesso il ROI migliore: la sua community è più piccola ma molto più calda.
C’è una parola che torna spesso sulla pagina: UGC. Cos’è?
User Generated Content, contenuto generato dagli utenti. In pratica, creator che producono video in stile autentico, non patinato, da usare come materiale per le campagne a pagamento su Meta e TikTok. Rendono meglio dei visual di brand perché sembrano contenuti organici, non pubblicità. È uno dei formati con l’engagement più alto in assoluto, e per molte aziende è la ragione principale per lavorare con i creator.
E i costi? Cosa deve aspettarsi un’azienda?
Dipende dalla dimensione e dal settore del creator. Come fascia indicativa di mercato, un micro-influencer parte da qualche centinaio di euro a post. Per un budget realistico che permetta di testare tre, cinque creator e capire chi funziona davvero, conviene mettere in conto qualche migliaio di euro. È un investimento di test: dai dati della prima campagna capisci dove concentrare il budget nelle successive.
Un’ultima cosa sul metodo: meglio una collaborazione singola o un rapporto continuativo?
Dipende dall’obiettivo, ma le relazioni continuative, i brand ambassador, sono quasi sempre più efficaci delle collaborazioni una tantum. Un creator che torna a parlare del tuo prodotto più volte costruisce nel tempo un’associazione di marca che un singolo post non può dare. E noi lavoriamo con un network di creator curati, così non si riparte ogni volta da zero.
Quando invece l’influencer marketing non è la scelta giusta?
Quando il prodotto è puramente B2B e molto tecnico: lì gli effetti sono più sfumati e spesso conviene partire da altri canali. E quando si cerca solo il num
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